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p. Pizzotti Dionigi crs.,

Relazione ms. del p. Dionigi Pizzotti crs.

sulla ricostruzione

a cura dell' arch. don Antonio Piccinelli

dell'oratorio di S. Ambrogio

alla Rocca di Vercurago

nell'anno 1894-95.

Originale: ASPSG So 939 b

Copia: ACM 2-5-16

 

"/1/ Ricostruzione dello Oratorio di S. Ambrogio sulla Rocca detta anche Castello in Somasca nell’anno 1894-95

Memorie per l’Archivio Collegiale dei P.P. Somaschi nel Collegio di S. Bartolomeo Ap. in Somasca

Proemio

Un valente capomastro muratore trovandosi in una difficoltà nello scavo di fondamenti, per aver trovato degli avanzi di muraglia che accennavano ad edifici antichi esistiti, diceami, sarebbe ottima cosa che nella legge generale della morte degli uomini fossevi qualche eccezzione, cioè che almeno un valente uomo per provincia campasse la vita di Noè per poter mantenere bene le memorie, e a seconda delle necessità, avvisare gli /2/ altri mortali, che si succedono, di quello che un tempo fu’. In questo modo si potrebbe ben regolar e non si correrebbe pericolo e di distruggere sia pur gli avanzi di ciò che furon di buono e di bello o di incorrere in disavventure.

Il detto del capomastro non può negarsi, ha il suo lato buono, ma io credo, che se la Divina Provvidenza non ha voluto assecondare il desiderio del nostro dabbene capomastro nella sua divina economia. la ragione per me per non essere ciò necessaria, potendo in altro modo l’uomo acquistarsi la cognizione di ciò che fu , e con questo regolarsi.

Si scrivano le memorie di ciò che si è fatto, e di ciò, che prima di fare si era trovato, ed ecco ovviato in via ordinaria agli inconvenienti che temeva il nostro valente operaio ....

Ed invero perchè i nostri maggiori vollero che in ogni nostra casa o Collegio Archivium optime constructum et clavibus bene munitum in sua vel aliena cella quisque superior habeat? se non per conservare oltre i documenti e gli istrumenti, che il postutto sono memorie autenticate da magistrati, /3/ anche tutte le memorie che fossero di qualche momento per la casa o collegio. E più d’una volta ebbi lettere da persone erudite con preghiera se mi fosse possibile di dar loro schiarimenti su Chiesa o Collegio, che un tempo furono della nostra Congregazione. Unicamente per questo fine, ho pensato di por mano a scrivere queste memorie da conservarsi, quali che esse sieno nel nostro Archivio elencate nell’Indice del medesimo colla sua rispettiva lettera di Cartella e Numero di documento, così che vedendole in un tempo lontano, almeno mosso da curiosità le avrà volute percorrere, troverà ciò che ad un tempo quelli che il precedettero, credevano loro dovere di fare per conservare le nostre memorie, ossia le Memorie della Culla della nostra Casa Madre, la nostra Congregazione, e se per caso volesse o ristaurare per esser deperito o modificare l’esistente o aggiungervi del Suo, potrà regolarsi in modo da non distruggere ciò che v’ha di buono e massimamente ciò che si riferisce alla santa memoria del nostro Fondatore in Somasca.

/4/ Fine o scopo della piccola ricostruzione

Se evochiamo le nostre reminescenze, allorchè varcati gli studij retorici ci impancammo con una serietà posticcia tra i filosofi, credendo nella nostra boria giovanile d’esser divenuti chisà che cosa, troveremo le diversità .....fini che si addicano alle azioni ed alle cose, il medesimo parmi potersi dire riguardo alla ricostruzione di questo piccolo Duomo in milionesimo.

Lo scrivente avendo percorso il piccolo Archivio di questo Collegio nell’anno 1888, e ritornato dopo di residenza nel 1890, trovatolo tutto messo sossopra, pensò di riordinarlo col suo buon senso nel miglior modo possibile a lui, che non avea mai avuto pratica di Archivi ben regolati e degesti, e per ciò fare dovette riguardare tutte le carte e percorrerle piu’ o meno attentamente secondo che lo portavano la minor o maggior curiosità sua e la maggior o minor speciosità, che gli presentavano i singoli documenti e carte.

Specialmente fu colpito dalla figura del P. Taglioni /5/ che tanto fece per rialzare questo Collegio fabbricandone una parte che ancor conservasi cioè il Refettorio grande, quello piccolo e la cucina sopra la Biblioteca e l’Infermeria, ora ridotta a quattro camere e sopratutto fu preso dal pio affetto che mostrò il S.P. Carlo Maranese e nel salvare da due soppressioni questo Collegio e di farlo ristabilire canonicamente per conservare le memorie del nostro Fondatore, e per rimettere il Collegio nel prestivo antico onore di Casa Madre e Culla della Congregazione come pare sia stata la intenzione i San Girolamo Miani. Invero noi leggiamo che si trattò a Merone dei Padri congregati da San Girolamo, secondo il P. Agostino Tortora lib. III° Cap. I° de certa sede et principe congregationis loco diligendo. Di questi alcuni volevasi Merone, il P. Borelli D. Pietro sforzavasi di far scegliere Vercurago sua patria, altri più opportuna mostravano Somasca, e secondo il P. Tortora nulla si decise. Avendo il Santo stabilito doversi cercare una tal sede nel territorio di Bergamo, venne a Calolzio in Valle San Martino. Di là allontanatosi si per /6/ le male opere di Antonio Mazoleni, ripassò l’Adda e fermassi a Garlate, non lungi da Olginate. E benché invitato, ed vi desiderasse scegliere Calolzio per la nota probità dè suoi terrieri, pure per non esser cagione di dissapori, ad postrema Vallis vicos Somascham et Vercuragum digressus, tandem non fine certo numinis afflatu Somascham caeteris omnibus locis praetulit, eamque primam suae congregationis sedem et principum deligit. E ben a ragione il P. Tortora scrisse che tanto valse sempre per la scelta di Girolamo, che non solo quelli che dapresso il seguirono diedero il primato qual madre e capo di tutti i nostri luoghi, ma anche molti anni dopo nel 1568 alla Congregazione si impose il nome di Somasca, nome di una minima terra appena nota nei suoi esigui confini, ed era fatto chiaro in tutta la Cristianità.

Lo scrivente fu tanto preso da quest’idea, e vieppiu’ ardeva di poter far qualche cosa per assecondarla e promuoverla, tanto più che trovò che per promuoverla tanto fecer i due nobili uomini fratelli R.P.D. Antonio /7/ e D. Federico Comendini nel fare la strada da Somasca alla Valletta, e nel curare che si facesse la Via Miani dalla Gallavesa o meglio dalla allor strada provinciale a Somasca a spese del Nobile Uomo Giacomo Miani Senatore della Repubblica Veneta ed ultimo rampollo della famiglia del Santo, fece moltissimo il P.D. Pietro Rotigni nel far cingere di muro di recinto la Valletta, nel costruire la Cappella della Risurrezione colla tomba pe’ morti nel mezzo; nel far ristaurare la casa e piccola Chiesa del Crocefisso, nell’erigere quel bel arco dipinto fuori di Somasca al principio della strada della Valletta. Mosso da questo stesso sentimento di venerazione al nostro Fondatore e di rialzare il Collegio di Somasca il Fr. Angelo Sommariva, aiutato dal Fr. Davide Toscane fece costruire con opere di muratura la Strada dall’Eremo alla Valletta; il P.D. Carlo Meraviglia Mantegazza fece scolpire e porre nel 1837 la statua di S. Girolamo che prega nell’eremo a capo la Scala Santa e porre le tre campane sulla piccola torre della Valletta, così pure fece erigere due Cappelle colla statua in terra cotta, di cui la prima rappresentante S. Girolamo avvinto in ceppi veramente artistica /8/ che disgraziatamente andò totalmente rovinata nel 1887 per esser caduto il tetto e la volta della Cappella prima fatta a torre rotonda, per molta neve caduta; e S. Girolamo in camiciotto bianco uscente dal carcere carico delle catene e ceppi, colla statua della Vergine e di un soldato. Il P.D. Evangelista Zendrino, e il P.D. Pietro Bignami ne fecero erigere tre altre una con statue rappresentanti S. Girolamo ancor Nobil uomo secolare con orfani che dispensavano il pane, e con poveri, una seconda con S. Girolamo in ginocchio in atto di sciogliere il voto dinnanzi l’altare di Nostra Donna di Treviso. Statue in seguito cambiate per ordine del R.mo P.D. Bernardino Sandrino Preposito Generale e statue rappresentanti la morte di S. Girolamo dapprima collocata nella camera dove morì il Santo, e poi trasportate nella Cappella fatta a torre quadrata nel recinto della Valletta. Il P.D. Luigi Gaspari Preposito Generale ne fè fare una a spese della Provincia Lombardo Veneta; due ne fece fare il R.mo P. Sandrini ai lati della Scala Santa ed una il P.D. Filippo Colombo ch è l’ultima lungo la Strada e rappresenta S. Girolamo con compagno in atto di lavare i piedi agli orfani. Giuste del Sandrini e del Colombo furono /9/ fatte fra il 1878 ed il 1881. E si fecero per la cura e attività del M.R.P.D. Andrea Ravasi Preposito di Somasca e Provinciale il quale molto fece per addrizar la Strada della Valletta e ridurre l’interno del recinto e far cambiare le statue della cappella della morte, della cappella del Santo che scioglie il voto, e nel sostituire all’artistica statua di S. Girolamo in ceppi spezzati un gruppo in legno rappresentante S. Girolamo in catene che viene sciolto da un angelo per comando della Vergine. Parimenti credo nel 1847 il P.D. Pietro Bignomi, fè ristaurare l’Oratorio dell’Addolorata fare il pavimento in marmo della cappella di S. Girolamo in Chiesa e dove è i capitelli e le basi delle colonne e colonnine dell’altare. Così il P.D. Silvio Zadei allora Preposto e parroco nel 1867 per la festa centenarie di S. Girolamo fè ristaurare la Cappella in Chiesa e rifrescar due quadri laterali ed il P.D. Giacomo Vitali fè costrurre dai nostri discoli di S.M. della Pace in Milano la magnifica urna che contiene le ossa del Santo, in bronzo argentato con ornati d’argento e argento dorato. Ai detti bronzi aggiungeva il P.D. Giacomo Zambelli stato assistente per tanti anni, che R.P.D. Dalmazio Greppi e D. Angelo Sommaruga tanto fecero /10/ per sempre più accrescere ed abbellire il Santuario, ed il fr. Dionigi Davia che vecchio quiescente ricordassi della sua prima arte da minatore e fece saltare un grande scoglio accanto alla sagristia della Valletta facendo una piazzetta, e tutto questo sempre animati dall’idea e dall’amor d’accrescere l’onore e la venerazione al nostro Fondatore e far risorgere al pristino onore questo Collegio ed invero ogni religioso somasco per quest’idea e per questo fine che non tenterebbe per poter se non aggiungere del tutto almeno promuoverlo?

Ecco in breve il fine o i fini a cui ho atteso il povero scrivente e del cui mezzo ha intrapreso a rialzare l’oratorio di S. Ambrogio.

/11/ Causa della ricostruzione dell’Oratorio di S. Ambrogio

Nell’anno 1887 il povero scrivente estensore di queste memorie ammalazzato ebbe dal R.mo P. Generale licenza di allontanarsi da Roma, dove risiedeva, e recarsi a Somasca per rimettersi in salute, dove stette fino ai primi dell’Agosto del 1888. Discorrendo questi con un nostro Padre su S. Girolamo in Somasca cadde il discorso sul sito preciso della Rocca, dove il Santo era stato coi primi nostri Santi Padri suoi soci, e quindi dove fosse stato l’Oratorio di S. Ambrogio nel cui mezzo avea fatto scavar una cisterna e miracolosamente empiuta d’acqua nel 1534. Quel Padre sostenea che quest’oratorio coll’acqua non sul Castello o sulla rovine di Castello dove non v’avea traccia d’acqua, ma sulla Rocca cioè nel Cascinale o luogo vicino al Cascinale su quel di Chiuso presentemente posseduto dal Sig.r Francesco Ingegnere Brina e abitato da due coloni, ché quello dicesi volgarmente, e si intende da /12/ tutti conterranei Rocca, e vi si trova traccia d’acqua. Sostenea lo scrivente mancando di dati precisi, al contrario che la Rocca non potea essere che quella, che impropriamente dicesi Castello ed è costrutto sopra la roccia imminente alla Valletta, roccia o come i paesani la dicono corna come notato anticamente col nome Tremasasso, e che fosse stata Rocca e non un castello bastava guardare le rovine, che senza tanto intendersi di arte di guerra non poteano essere state che un fortilizio e per sua postura una rocca di difesa al vero Castello che dovea essere Somasca, e precisamente il nostro Collegio, come di loggica potea desumersi dalla torre, che in mezzo all’orto da ponente del collegio avea fatto riparare e ridurre a camere il P. Tagliani nel secolo scorso ed al principio di questo e sul finire dell’altro secolo era stata demolita per per la edificazione del nuovo Collegio.

Inoltre nel Castello vi dovea essere l’abitazione signorile del Feudatario almeno nella ........... stagione estiva o autunnale e chiaramente vedevasi che questo non potea stare in un luogo si ristretto e qual che è il peggio /13/ privo di acqua. La divergenza rimase senza conclusione mancando ragione d’ambo le parte con cui sostenere l’una o l’altra opinione.

Nel 1892 mentre in settembre si stava lavorando per l’ampliamento e ristauro della nostra Chiesa si tennero in Collegio come allora d’uso gli Esercizi Spirituali per la famiglia religiosa e Clero secolare e vi intervenne anche il M.R.P. Antonio Piccinelli, Architetto per lavoro della Chiesa. Era permesso ai Sacerdoti esercitati di fare una passeggiata verso sera alla Valletta ed un giorno unitisi il detto P. Antonio il Vicario foraneo di Caprino M.R.P. Giovanni Mazzoleni e due o tre altri Sacerdoti, visitarono la Valletta ed essendo ancora giorno pensarono di salire a visitare il così detto Castello o rovine del Castello. Il Piccinelli osservate attentamente le rovine della muraglia distinse due sistemi di costruzione l’uno del 1200 al 1400; l’altro posteriore dal 1500 al 1600 e questo secondo fatto anche male che solo poteasi ammettere come tale perchè eseguito da mano inesperta ma al sistema che usavasi allora. Venne /14/ poi a visitare un pezzo rovinato ma in parte rimasto in piedi all’altezza di metri 4 in circa, che formava come parte d’una torre mezzo rotonda da una parte addossata ad un muro sporgente e allungato in forma rettilinea verso tramontana e il tutto restava a ponente dell’intero edificio.

Da tutti i nostri Sacerdoti in parola sosteneasi essere quelli stati una torre, e la fossa o apertura nel mezzo della parte dello spazio chiusa da rovine e mura cadute fino alle fondamenta dovea essere una scala secreta al fondo della torre che metteva discendere. Il Piccinelli dopo averla ben esaminata, disse che la struttura era del 1300 e a suo modo di vedere era stata tutt’altro che una torre, ma invece gli presentavano tali dati da poter asserire che quelli erano avanzi di un oratorio. Quei Sacerdoti rideano, ma il Piccinelli dalla postura delle fondamenta rilevò il corpo dell’oratorio; rilevò la piccola abside; nell’angolo; nell’angolo rimasto in piedi mostrò un buco quadrato chiuso al di fuori, che dovea esser stato certamente la Finestrella per gli orcinoli; nella lesena rilevò un’imposta d’arco ed un pezzetto di muro /15/ tondeggiante, rilevò dovea essere stato sotto l’arco dell’abside. Sempre più fisso nella sua idea dovea esser stato questo un Oratorio facendosi strada fra i roveti e le spine scese nella buca o apertura di suolo nel mezzo dovre avrebbe voluto essere stata una tomba, come il solo sotterraneo conveniente ad un Oratorio, e con sua sorpresa scorse esser quelli gli avanzi di una cisterna col suo purgatorio da un lato, dal vedere l’intonaco di calce macinata col mattone pesto e levigato colla cucchiara, come usavasi nel 1500 dai maestri muratori per le cisterne non conosciuto allora il cemento idraulico. Concluse il nostro Architetto esser quello un avanzo d’Oratorio, benchè non sapesse darsi ragione dell’esistenza d’una cisterna sotto il pavimento.

Per cambiare un po' il libro di lettura alla mensa durante gli Esercizi Spirituali erasi stabilito che alla sera durante la cena si leggesse una vecchia vita di S. Girolamo Miani del P. Santinelli, e verso la fine della cena di quello stesso giorno in cui il Piccinelli, con parecchi Sacerdoti avea visitato le rovine del Castello, il lettore lesse il capitolo /16/ il Capitolo XIV che ha per argomento "Girolamo conduce alcuni dei Compagni ad abitar nella Rocca e gli Orfani alla Valletta" citato qui quel brano del testo, che fu la causa o il movente, o il principio che condusse a ricostruire l’Oratorio di S. Ambrogio.

(S. Girolamo era allora in Somasca) "Ma ormai cresciuto il numero dei fratelli intorno a sessanta (Albani Vita par. III) e moltiplicandosi ogni giorno quelli dè poveri abbandonati, non bastava a capirli tutta la Casa di Somasca. Occhiò però il Miani sul giogo alcuni avanzi di muro, parte una volta della Rocca, da cui prendea il nome quel sito abbandonato, etc."

(NB. Se S. Girolamo "occhiò" da Somasca dove stava, non poteva vedere davvero il Cascinale presentemente detto la Rocca, il quale sta di dietro al di sotto del colle, che forma la Valletta colle roccie su cui sorgevano le rovine della Rocca. Adunque S. Girolamo ancò sulla Rocca, e non nella cascina della Rocca. Ecco dunque determinato con certezza che S. Girolamo abitò coi suoi /17/ compagni la Rocca ora impropriamente nel comun parlare di Somasca e di Chiuso Castello, ma però nelle mappe censuarie del Comune di Maggianico sezione di Chiuso segnate ancora col numero e nome di Rocca, e la cascina segnata col nome di Cassinale della Rocca).

"e quivi determinò (così il Santinelli) di passare a stanziarvi con alcuni compagni, dove di più la difficoltà della strada lunga e repente facea sperare men frequenti le visite dei forastieri, però minori distrazioni all’orazione, ed alla loro vita secreta. Ma bisognava ridur quei rottami in modo da potervi abitare. Per riuscire nel disegno non risparmiò fatica Girolamo, non la risparmiarono i suoi e fu pronta la carità dè paesani a porger loro ogni aiuto. A gara dietro il Maestro tutti raccoglievano sassi per quelle balze per portargli alla Rocca e tutti ritornavano dal bosco alla Rocca con fasci di frasche in collo, tutti davano mano a metter in opera la materia disposta."

/18/ A ragione il Piccinelli avea fatta la distinzione di una costruzione ben fatta anteriore al 1300 che è la cinta del Castello o Rocca, come dopo la spiegazione del Piccinelli ognuno può vedere, e di una seconda costruzione del 1500 fatta alla buona e solo riconoscibile di quel tempo per una qualche imitazione del modo, che allora si usava, fatta da chi non era dell’arte.

Prima, alla meglio rassettata una piciola cappella dedicata a S. Ambrogio, che in buona parte aveva resistito al tempo, s’alzò di poi sulle vecchie fondamenta alquanto di muro, e steso quel coperto, che bastasse a difendere dalle ingiurie del cielo, presto si vide in essere una villesca casuccia. Il luogo era già capace di più fratelli, ma per potervi soggiornare mancava l’acqua. Ordinò pertanto Girolamo, che nel mezzo dell’Oratorio si scavasse una ben capace cisterna. Giudicava alcuno superflua tale fatica, non potendo da quei pochi tetti piovere mai tanta acqua, che bastasse al bisogno e molto meno, che potesse riempire /19/ quel ricetto, che non ostante per ubbidire all’ordine dato, si andava formando; quand’ecco si sente rumoreggiare una vena d’acqua, che abbondantemente scaturiva e scaturisce tuttavia a nostri dì da quei sassi. Niuno ebbe ardimento di domandare al Miani, se quella era una nuova sorgente impetrata da Dio colle sue orazioni, o se per interna illustrazione avesse egli conosciuto ciò che ascondeva la terra nelle sue viscere. Sapendo tutti quant’egli fosse guardingo nel palesare le grazie, che da Dio riceveva, ripieni d’ammirazione e di gioia, senz’altro dire, si misero insieme con lui a benedire unitamente e ringraziare il Signore."

Il M.R.D. Antonio Piccinelli ascoltò con somma attenzione il tratto anzidetto e sentendo che tutto rispondeva a quel che avea sostenuto là sul castello o Rocca, non poté tenersi in quel religioso silenzio del Refettorio in tempo degli Esercizi spirituali dal batter un pugno sulla tavola e rivolto al Vicario Mazzoleni ansi detto dirgli a mezza voce: Vede che io avea ragione e non mi sono ingannato. Il Vicario rispose subito che sì, accennandogli di star zitto, il che pure fece il /20/ l’Ill.mo R.mo Preposito di Lecco Mons. Galli D. Pietro che predicava allora i SS: Spirituali Esercizi. Finita la mensa, M.r Preposito di Lecco, il P. Preposto nostro ed altri furono attorno al R.D. A. Piccinelli a dimandargli conto della sua scappata nella cena, e questi in breve raccontò il tutto concludendo rivolto al nostro P. Preposto che era una memoria troppo grande e sì insigne e sì cara, che bisognava in ogni modo far risorgere dopo terminata la fabbrica della Chiesa, e pregava modestamente, e in caso che si facesse non lo si fosse lasciato da parte, amando egli e sentendosi già trasportato a farne i necessari studi, farne il disegno, ben inteso come dovea essere stato al tempo del Santo la Cappella e dirigerne i lavori.

Al giorno seguente recossi il P. Preposto nostro col Piccinelli al Castello, e là si fece spiegare tutto minutamente e si persuase che la cosa dovea essere propriamente nel modo già detto sopra. S’attendeva allora alla fabbrica della Chiesa e benchè in massima restava la fabbrica della Cappella di S. Ambrogio come una cosa da doversi fare, allora mancava il modo di poter /21/ effettuarne la ricostruzione, a cui si pose mano un anno e mezzo dopo.

Come la Rocca sia stata dopo denominata il Castello

Ponendosi mano a scrivere una memoria riguardante la Rocca, che d’ora innanzi chiamerassi col suo vero nome di Rocca e non di Castello, il primo pensiero che s’affaccia alla mente, si è di cercare da chi ed in qual tempo, e se si vuole anche, per qual fine o contro chi sia stata innalzata questa Rocca, da chi sia stata tenuta nello svolgersi dei tempi ed infine da chi sia sia stata smantellata, in una parola si vorrebbe sapere le vicende di essa.

All’estensore di questa memoria duole assaissimo di non poter quà stendere tutte queste cose, che sarebbero certo di un qualche interesse per il solo motivo che non ha datti in mano su cui poggiare le sue asserzioni.

E’ però in mancanza di notizie storiche, esporvossi quanto fu dato di poter aver di probabile.

/22/ La famiglia dei Conti Benaglia di Bergamo nei primi secoli di questo millennio era potentissima e possedeva grandissima parte di Calolzio, Vercurago, e Somasca, pare abbia avuto il suo Castello in Somasca, che può arguirsi essere stato il somasco come già si è accennato dalla torre ristaurata dal P. Taglioni e demolita poi nè primi di questo secolo per dar luogo all’attuale giardino a ponente, togliando le viste al nuovo Collegio, e da altra torre il cui fondo servì fino a quasi metà questo secolo per piscina nella parte opposta alla torre anzidetta.

Pare adunque probabile che la stessa famiglia, come richiedeva la necessità di quei tempi in cui i nostri comuni erano divisi fra le fazioni Guelfe e Ghibelline, abbia datto costruire questa Rocca in difesa del Castello di Somasca, essendo queste opportunissima a difenderlo dalla parte di Chiuso al di dietro della Valletta, e molto più a difenderlo davanti cioè a Ponente guardando essa tutto il tratto formato dal seno che si apre sotto il Pizzo e sotto il Campo di Beseno.

/23/ La dedica delle Cappelle a S. Maria e a S. Ambrogio alla vittoria come fu trovato anche in una stampa vecchia ma di questo secolo nell’Oratorio di S. Antonio in Calolzio della Villa Regazzoni , pare possa indicare se non la data approssimativa della Rocca, indica l’epoca prima della quale non dovea essere stata costruita la Cappella di S. Ambrogio.

(NB.: Si legge infatti su quella stampa, che qui credesi opportuna riferire tutta per conservare memoria, trascrivendosi le iscrizioni ed accennando a quello che rappresentano le vignette o figure o incisioni a stampa.

1° Si rappresenta tutto il monte (fianco del pizzo) la strada dall’eremo colla cappella, la porta d’ingresso alla Valletta colla cappella a forma di torre quadrata a sinistra ed un muro di parapetto di strada prima della porta d’ingresso.

L’iscrizione è "Prospetto del monte di Somasca, nel territorio di Bergamo, nella parte santificata dalla carità, dall’orazione e dalla penitenza di S. Girolamo Emiliani dal 1528 sino alla sua morte seguita nel giorno 8 Febbraio 1537. Protettore eletto dalla Valle S. Martino col consiglio 12 Luglio 1612 e successivo."

2° Si rappresentano tutte le rovine del Castello o Rocca aventi /24/ per sfondo il monte di dietro.

Iscrizione è: "Avanzi d’antica Rocca e di un Oratorio già dedicato alla B.V. ed alla Vittoria di S. Ambrogio apparso in Parabiago contro l’armata del ribelle Azzone. Nel luogo di quelle rovine S. Girolamo ed i suoi contemplativi Compagni, ritenuto l’Orfanatrofio in Somasca nella casa data dagli Ondei, eressero cellette che abitarono sino allo Agosto 1537."

3° Rappresentasi la Scala Santa avente ai lati i due boschi e coll’iscrizione "Scala detta Santa, che ascende sopra Somasca al luogo grotesco della penitenza dell’ultimo periodo della vita di S. Girolamo Miani."

4° Si vede la scalinata dentro il recinto della Valletta che mette alla Chiesa, il Campanile ed il dosso di dietro e a fianco senza il Camposanto; l’iscrizione è "Ascesa per la via dai Padri formata nel secolo XVIII al Tremasasso oggidì Valletta ove S. Girolamo disceso dal Castello, per un altro Orfanatrofio eresse una casuccia appoggiata al masso, da cui come già sulla Rocca, impetrò da Dio scaturisce acqua salutare. Ivi nel 1653 fu eretto un Ospizio, e si aggiunsero /25/ al secolo XIX il cimitero dei Religiosi e la vetrata di una allusiva alla conversione del Santo ivi venerato."

5° E’ rappresentata la Scalinata della Chiesa, la facciata di questa (nel modo che era prima del 1893; cioè assai piu’ lunga. Questa fu toccata dopo il 1893) e quella del Collegio. L’Iscrizione "Chiesa Parrocchiale di S. Bartolomeo Ap. ove riposa il Capo con le altre ossa di S. Girolamo Miani, incorporata nella Corporazione dei Chierici Regolari Somaschi quivi stabiliti solennemente il 17 Agosto 1823 colla veduta di parte del loro Collegio."

Se deve prestarsi fede a questa stampa, la Cappella od Oratorio deve essere stata fatta dopo il 1339 e sembrando la costruzione di questa medesima Rocca, bisogna supporre che questa deve essere stata costruita nello stesso tempo. Non si sa che pensare dell’iscrizione surriferita "Avanzi di antica Rocca e di un Oratorio già dedicato all B.V. ed alle vittoria di S. Ambrogio in Parabiago contro l’armata del ribelle Azzone", certamente deve essere un errore, che dai dati storici rilevasi ben diversamente.

Poniamo che Azzo o Azzone fosse Ghibellino coll’Imperatore /26/ perchè diedero all’Imperatore Lodovico il Barbaro denari ed Azzone e Giovanni Visconti Arcivescovo di Milano e Cardinale fatto da Nicola Pontefice Scismatico; ed Azzone ne diede ancora quando Lodovico non ricevuto in Milano si volse contro Monza, affinchè si ritirasse in Allemagna.

E quindi Ghibellino e non Guelfo, e non si sa a chi fosse ribelle. Ghibellino si dimostra da M.r Giovio Paolo nel suo libro "Vite di dodeci Visconti chesignoreggiarono Milano etc."

"Costui (Leodrisio) havendo già invidia alla gloria del Magno Matteo, benchè fosse suo cugino, haveva preso il principal carico dell’ambasceria al Legato del Papa, acciò chè sotto il nome vano della libertà Matteo e i suoi figliuoli fossero cacciati di Milano; e finalmente haveva crudelissimamente congiurato con Marco contro Galeazzo. Ne s’era mai potuto l’animo suo inquieto et mutabile per l’ambitione vincere ne mitigarsi per alcun dono, ne honore che gli fosse fatto; sì che egli potesse patire, che Azzo fosse Signore dello Stato" Preso adunque della antica pazzia, e menato seco con non pensata ribellione una banda di Tedeschi, prima se n’andò da Franceschino Rusca /27/ e poi a Verona a ritrovare Mastino della Scala, et havendo assoldato alcune fanterie di Grigioni e di Svizzeri, cavalleria Tedesca, et una grossa banda di fuoriusciti, se ne venne all’Adda; nè potette essere impedito, che non passasse, benchè Pinella Aliprando guardasse l’altra via del fiume."

Poniamo che Azzone fosse ribelle non all’impero, come abbiamo creduto, ma al Papa; ma S. Ambrogio non aiutò Leodrisio, ma Azzone; ed ecco come continua il Giovio il racconto di questa guerra o campagna militare:

"Onde Azzo quantunque infermo dei piedi, non scontò punto della prestezza et diligenza sua in raccorrer soldati da tutti i luoghi più forti con subite guardie finché si raunassero i soccorsi. Perciocchè alcuni giorni innanzi che i nemici passassero l’Adda, haveva inteso per alcune spie quel che tentava Leodrisio a Verona, di maniera che d’hora in hora s’aspettavano i soccorsi richiesti a tempo et già inviati dai vicini et confederati Principi. Raccolti dunque insieme soccorsi grandi da Genova, da Ferrara, da Piacenza, /28/ "Lucchino suo zio Capitano vecchio, et in molte bataglie avventurato, menò fuor di Milano, per andare incontro i nimici, la cavalleria di tutta la nobiltà, et una fanteria scelta dei piu’ valorosi cittadini. Erasi fermato Leodrisio alla Villa di Nerviano dodici miglia lungi dalla Città; perchè senza dimora presentatosi alla vista di nemici, mise a ordine le squadre, et diede il segno di venire alle mani. Ma spingendo innanzi Lucchino, la prima squadra di Leodrisio fu rotta; ma all’incontro i Grigioni e i Tedeschi secondo il lor costume, serrati insieme, sostennero la seconda furia; et havendo morti i primi gagliardamenti urtavano la Cavalleria di Lucchino scorsa troppo innanzi; molti di qua e di là ne morirono, et d’ogni parte si fece una sanguinosa et terribile battaglia. Ma difficilmente reggendo le genti d’Azzo, et essendo hoggi mai quasi che in rotta, mentre che Lucchino con animo grande si sforzava di riparare la battaglia perduta, mortogli il cavallo dall’alabarda degli Svizzeri fu abbattuto et preso. All’hora i barbari alzarono /29/ alzarono un terribile grido; et assaltarono la fanteria Milanese diseguale a loro d’animi et d’arme; et con tanta furia spinsero le squadre Piacentine c’havendo ammazzato Dondaccio Malvicino, huomo fortissimo, et Lancilotto Angosciola capitani di quelle, tutta la battaglia si diede a fuggire. Et parve ben che Leodrisio havesse la vittoria se non che S. Ambrogio peculiare avocato di Milano, fu veduto da molti in una nuvola a cavallo; il quale diede soccorso all’esercito hoggi mai sconfitto. Sopragiunse anco Hettor Panico con una banda di cavalli leggieri Savoini, mandata da Ludovico di Savoia suocero d’Azzo. Questa ritrovando i Grigioni disordinati et allegri, i quali attendevano ad ammazzare et rubare, talmente gli fracassò et ruppe, che rinnovatasi la battaglia et ripigliando animo et forze tutti i piu’ valorosi soldati per il nuovo successo, quei di Leodrisio voltarono le spalle et Luchino legato a un albero fu tolto agli Svizzeri, i quali lo guardavano, et Leodrisio fuggendo venne in mano di nemici. Morirono in quel giorno piu’ che quattro mila huomini, ma fece manco /30/ lieta la vittoria a Luchino, Giovanni dal Flisco fratello di Fosca sua moglie capitan di Genovesi morto nella prima squadra. I soldati stranieri di Leodrisio per la crudeltà de contadini, mentre che andavano dispersi e indorno cercavano di salvarsi di mezzo verno, quasi tutti morirono di freddo e di ferite. Leodrisio cò figlioli fu posto in una prigione nella Rocca di S. Colombano, acciocchè dopo la morte di Azzo et di Luchino fosse salvato per la clemenza dell’Arcivescovo Giovanni. In quella campagna, dove fu combattuto tra Parabiago et Nerviano, Luchino et Giovanni edificarono una Chiesa promessa a S. Ambrogio nella Rocca per memoria di quel fatto, dove ogni anno con singolar pompa col popolo di Milano insieme al Podestà et con gli Antiani a 21 di Febbraro si facesse una solenne festa."

La battaglia di Parabiago fu al 21 Febbrajo 1339 Ved. (Tiraboschi - cancellato) Muratori, Annali d’Italia, Vol. VIII°, ag. 216.

Azzone governò 9 anni lo stato di Milano dall’anno 1330 al 1339 e morì in età d’anni 38 cioè stesso anno della battaglia di Parabiago sebbene dopo questa. /31/ Dietro quanto s’è riferito, sembra doversi conchiudere essere stata costruita la Rocca coll’Oratorio di S. Ambrogio certamente dopo il 1339, essendo questo stato dedicato a S. Ambrogio apparso alla battaglia di Parabiago, e la costruzione della parte inferiore dell’Oratorio conservatesi essendo in tutto uguale a quello della Rocca.

Nell’Illustrazione delle città del Lombardo Veneto in 6 Vol. Milano 1846 di Cesare Cantu’, il vol. 4 p.1 Provincia di Bergamo, scritta da Ignazio Cantu’ fratello di Cesare, si legge al nostro proposito intorno al Santuario di S. Girolamo in Somasca "Le divote ispirazioni mutano natura dinnanzi al Castello della Valletta, che i Veneti accustodia di confini eressero sopra un gruppo di calcare bigio, ricchissimo di salce corrispondente con quello della Val d’Erve, e che rassomiglia ai calcari di Moltrasio e di ....... sulle sponde del Lario."

Il dominio Veneto incomincia coll’anno 1428. S. Girolamo abitò la Rocca nel 1532 ed allora la trovò secondo il Tortora vol. III cap. XI sed tunc omnie aedificiorum mole ......, et aquata solo, omnibus pervia apotaque iacebat /32/ inter minas exigue sacelli vestigia Divo Ambrosio dicati videbantur". Dal modo di costruzione e dalle rovine si può rilevare che i Veneti non l’avessero costruita, perché se ciò fosse stato l’avrebbero ben mantenuta, e in caso di guerra disrutta l’avrebbero riedificata trattandosi che era ai confini e che la meta della Serenissima Repubblica era sempre di estendersi fino a Lecco compreso per aver il monte S. Martino e così essere padroni di tutta la valle colla via aperta del lago e coll’altra via a Monza e Milano per la Brianza inferiore.

Adunque riguardo alla demolizione di questa Rocca quando v’andò S. Girolamo era diroccata e la Rocca e l’Oratorio, sicché egli ristaurò l’Oratorio ed in esso fece scavare la cisterna, ed il rimanente riattò alla meglio; e ciò avvenne l’anno 1533 o al massimo nel 1534 e dalla vita del Santo scritta dal Tortora e dal Santinelli si vede che era ben guasta come consta dalla descrizione dei lavori fatti per riattarla, ma non dovea essere come si presenta oggigiorno, perchè "numeratam ....... supra quod reginte capite in ea ......"

Nulla si poté trovare dall’estensore di queste memorie precisa- /33/ mente espresso su questa Rocca prima del detto anno.

Nella grande Illustrazione del Lombardo Veneto in 6 vol. in 4° di Cesare Cantu’ al vol. 4° p. I trovasi la descrizione e storia della Città e Provincia di Bergamo scritte dal fratello suo Ignazio. In questa trovasi narrato: "Furono invece nel 1374 i Guelfi sostenuti da Amadeo di Savoia contro essi Ambrogio Visconti figlio di Bernabò s’avanzava verso Pontida, quando dai Guelfi calati dalla montagna, assaliti con dardi, sassi e ogni proiettile, in luogo ove la strettezza impediva il combattere e il fuggire, perdette molti dè suoi, ed egli stesso ebbe rotta una coscia, e qualche dì dopo cessò di vivere ad Apreno (fra S. Antonio d’Adda e Palazzago). A tal nuova Barnabò furibondo si gettò in persona nella Valle S. Martino guastando campi, case, ruinando Almenno, Palazzago ed altri luoghi, assediò il Monastero di Pontida "Ne restò ammansito se non quando ebbe ruinate le fortezze della Valle, gli abitanti gravati da pesantissime taglie e molti messo a morte."

E dopo aver detto che i valligiani di S. Martino assalissero /34/ il castello di Trezzo nel 1393 continua "Ma i Ghibellini di Val S. Martino rinforzati da quei di Olginate scontrarono i Guelfi sul Campo Serese fra Calolzio e Vercurago."

Da ciò può facilmente dedursi sia avvenuta la rovina della Rocca.

Leggesi anche nel ..... G. Storia della Repubblica Veneta tomo I° .vol. X "Giunta a Venezia la notizia dell’Attendolo Generale delle Armi, gettato il Ponte sopra l’Adda si fosse avanzato con terrore dè Popoli sino alle Porte della Città di Milano e di là a Lecco, riducendo in suo potere il Paese fino al Lago di Como" è certo che tutti i luoghi fortificati saranno stati guastati.

Fin qui riguardo alla fondazione e rovina della Rocca.

Quello che fu nel tempo del nostro Santo si rileva dalle vite del Santo stesso scritte del P. A. Tortora, del P. Santinelli e del P. Rossi. Resta a dirsi quello che fu dopo la morte del Santo fino a noi.

Ecco che troviamo nell’Archivio nell’anno 1641 il P. Vin- /35/ cenzo Girelli Preposito del Collegio di Somasca, pag. 138 scrivea "Rocca è il loco dove anticamente era la Rocca e dove il nostro B. Padre habitava con la famiglia avanti che qui in Somasca havessimo loco: hora non vi sono se non muraglie antiche, ove è una capelletta con pitture della Beat.ma Verg.e di S. Ambrogio e del nostro Beato. Vi è un pezzo di prato dal quale io stimo che poco nulla si cavi per esser danneggiato da Bovari e gente che non apprende l’obligo et il rispetto che si deve a Padri.

Di questo possesso non trovo scrittura né publica né privata e trovandosi sarà qui registrata." (N.B.: Sembra che sia stata del primo occupantis che fu S. Girolamo)

e a pg. 155 leggesi intorno alla Valletta, cosa che da la ragione del deperimento continuo di questi luoghi "Valletta è un luogo sotto la Rocca così addimandato perchè è in una valletta, terra prativa, vidata, et arboriva di pertiche tre in circa, ove è una cappella del nostro B. Fondatore et a mano dritta una stanza ov’è un vaso di pietra in cui si raccoglie l’acqua miracolosa, per cui si vedono e si ricevono Sante Gratie dal Signore.

/36/ Di piu’ vi è un prin.io (principio) ben fondato di fabrica alzata da terra per fare alcune camere, e luogo per ritirarsi a far le sue divotioni, ma non si è potuto terminare per esser in luogo di confini, e per opposit.i (opposizioni) havute etc. onde va diroccando come si vede."

"Questa pezza di terra è stata comperata dal ... P.D. Gio Caltha con instrmento publico fatto dal Sig.r Giacomo Facheris Notaro publico il dì 28 Ottobre 1628.

La Cappella almeno di S. Ambrogio sulla Rocca esisteva ancora nell’anno 1657, come si rileva dal libro già citato a pag. 159 "Essendo venuto a Somasca il M.R.P.D. Girolamo Rossi Romano Padre di non ordinaria bontà, quale altre volte fu maestro di Novizij in questo nostro Collegio, et hora è Visitatore della Religione nella Provincia di Roma, vide che le pitture da lui fatte fare della Vita del V.P. nostro Fondatore Girolamo Miani erano state fatte depennare dal P.D. Agostino Antonelli già Preposito di questo Collegio, li venne il pensiero di farle rinnovare, e ne parlò con il P.D. Girolamo Benaglio Preposito successore del sudetto P. Antonelli e così /37/ rimasero d’accordo di rinnovarlo, onde raccolta qualche limosina di danaro dalla Carità di diversi Padri della Religione, la mandò al sudetto P. Benaglio quale ritrovato il S. Francesco Magrieri Pittore detto il Peruggino le fece principiare adì 9 Aprile 1657 et adì 13 Ottobre dello istesso anno li fu data l’ultima mano con promessa di ritornare poi a ritoccarle dopo qualche tempo la spesa fu fra il salario e le spese cibarie al Pittore di Lire sei cento ottanta sei, soldi sedici, compresevi però le spese ancora del Beato alla Rocca, alla Porta, al Ponte della Gallavesa e del Chiostro di sopra, tutte fatte depennare dal sudetto P. Antonelli, quali pitture furono fatte a mano dello Scipione Semini Genovese. Comprese ancora altre spese di Mastro da Muro, calcina, sabbione per intonacar dette pitture tanto del Chiostro a basso, quanto nelli sopradetti luoghi della Rocca etc. in tutto 686:16.

Si concederà venia del Lettore all’estensore da raccoglitore di memorie, se Salvella invece della Rocca pone memorie della Valletta, e la ragione si è di tenerle unite e perché /38/ facilmente si possa rilevare ciò che avvenne di notabile in questi tanti luoghi per norme di che deve in seguito governarli.

Sotto la data del 11 Gennaio 1700 sul libro degli Atti leggesi la convenzione fatta dal Collegio col R.D. Giuseppe Minoti di Vercurago con cui lo si aggrega e gli si dà la facoltà di andare ed abitare la Valletta dove già eravi il Romito, di poter fabbricare, ricevere elemosine e far tutto ciò che fosse di miglioramento del Santuario. Nulla si dice in avanti riguardo a quello che ha fatto.

Sotto la data del 1 Gennaio 1726 si registra la morte del vecchio Romita Ospite Cristoforo Ratti, lodandolo perché nel corso di 29 anni ha portato la sua di vita servitù allo Oratorio del S.mo Crocefisso della Valletta, dove questo degno operaio colle sue continue, industriose e sante fatiche ha arricchito di Santi bei comodi ed officine , ch’ha nobilitato colla nuova chiesa ed accresciuto a tal segno di venerazione e decoro che nulla più ricercasi per quel sagro romitorio etc. E che abbia fatto molto lo si rileva dal gran concorso di popolo e dai due offici fattigli uno in Chiesa e l’altro /39/ alla Valletta coll’intervento di 29 Sacerdoti forastieri. Sotto la data del 20 Febbraio 1758 si legge "Torre abbassata. In questo giorno si è dato principio, colla piena licenza del ...... Generale, all’abbassamento della torre nel giardino del Collegio ......, che quanto era della gente di questa villa stimata, altrettanto era pericolosa per la sua antichità, e per alcune crepature, che per giudizio dei periti minacciavano sicura rovina, e col parere una ..... dei Padri si ridurrà all’uso di terrazza, creduta di miglior ornamento di questo luogo etc."

Sotto data del 3 Maggio 1762 si legge per la 1a volta della esistenza di una roce sulla Rocca, parlando del permesso dato al Parroco di Vercurago di passare per la nuova strada della Valletta dopo aver visitato la Valletta col suo popolo in processione. La Valletta e la croce posta sulla collina in fianco alla suddetta Valletta.

Nelle guerre Napoleoniche si legge che al 25 Aprile 1799 la colonna di Wucasiowitch ??? e Brugation si divise in piccoli corpi che da Villasola, Caprino, S. Antonio si diresse per Lecco. E scontratosi in Calolzio con n piccolo ma ordinato drappello repubblicano, scara- /40/ mucciarono, e dopo qualche ora riuscirono a Pescarenico per passar il Ponte di Lecco, ma il ponte saltò in aria quell’istante etc. Da un vecchissimo di Chiuso fu raccontato a parecchi che egli era in quel combattimento, e che il muro a tramontana della Rocca era stato squarciato dai Russi come si poté vedere negli scavi praticati nel terreno per fabbricare la Cappella da alcune palle d’artiglieria di quel tempo, due delle quali furono a metà murate nel muro per memoria della cosa.

Da queste citazioni puossi rilevare che il deperimento di questa Rocca anche dopo S. Girolamo fu perché luogo contrastato essendo confine, e anche perché i Padri portatisi a Somasca et avuta la Chiesa di S. Bartolomeo eretta in Parrocchiale loro premeva che il Santuario fosse la Chiesa anche per maggior loro comodo. Anche nel secolo trascorso traspira dal libro degli Atti un certo dispiacere che la Valletta fosse frequentata. Però il popolo dei dintorni dirigeva i suoi passi alla Valletta ed alla Rocca. Dal principio di questo secolo dopo che ci fu il P. Marenese che /41/ acquistò la Valletta ed i P.P.D. Antonio e D. Federico Comadini, ed altri …. del secolo scorso che fecero la strada la Valletta, ed il P. Rottigni D. Pietro che la cinse di mura e fecevi tutte quelle operazioni in special modo il cimitero per i Religiosi alla Valletta sempre s’accrebbe l’accorrere del popolo, e quelli che vanno alla Valletta non lasciano di visitare anche le rovine della Rocca".

(fine)